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Il pallone è mio
Nelle notizie di politica di questi giorni, e soprattutto nei retroscena vagheggianti spaccature e scissioni da tutte le parti (che ovviamente non si verificheranno – ma al bar è tanto bello parlarne), noto una curiosa differenza di prospettiva: da una parte c’è chi minaccia espulsioni proclamando che “questa è la linea: chi non la condivide va fuori”, dall’altra c’è chi dice “sapete che c’è? me ne vado io, e voi vi attaccate al cacchio”.
Pubblicato in Politica (?)
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Tu, sanguinosa infanzia
Ho appena finito di leggere Tu, sanguinosa infanzia di Michele Mari.
Il libro (una raccolta di undici racconti) è tanto piccolo quanto delizioso; delizioso ma non innocente, perché questa ripresa dell’infanzia è tutt’altro che idilliaca e gioiosa: anzi, si può dire che a questa fase della vita Mari si dedichi con l’applicazione del notomista, con un atteggiamento che ha in sé la precisione dell’entomologo e il rapimento del feticista (del resto così si legge in Canzoni di guerra: “Quella fantastica precisione mi dava uno strano piacere, lo stesso in cui, crescendo, avrei imparato a riconoscere il piacere della letteratura”).
Ecco, sì, feticismo: l’infanzia di cui ci parla Mari è infatti tutta intessuta di oggetti, oggetti caricati di un valore sacro e conservati come reliquie da salvare dall’arrivo di un figlio che, orrore!, li ‘userebbe’ (I giornalini); oggetti perduti e dilapidati, e per questo causa di uno struggimento che, magari sotterraneamente, non si è mai placato (L’uomo che uccise Liberty Valance); i puzzle, un cammino (portato avanti sotto la guida materna) di dedizione assoluta, fatto di regole precise (e sempre più restrittive), quasi religiose, come se si parlasse della realizzazione di un mandala (Certi verdini – anche se poi questo rigore si scioglie nel finale: “Di tanta memoria, di tutta la mia memoria, scelgo di portarmi nel nulla quel cortese fruscío, le screpolature nell’oro delle tavole medioevali, la misteriosa dolcezza di certi verdini”); e i libri, soprattutto: quelli della collana Urania, le cui copertine erano uno stimolo irresistibile per la fantasia del piccolo protagonista (Le copertine di Urania); i libri di avventure marinare, primo ‘canone’ e graduale palestra di critica letteraria (Otto scrittori); la scoperta, di nuovo, del metodo critico nel confronto fra edizioni diverse di una stessa opera (La freccia nera – a me, filologo mancato, questo racconto è piaciuto particolarmente, anche se qui si parla di diverse traduzioni; ma mi è piaciuto anche, e forse soprattutto, per la sua prima parte, in cui viene descritto il rapporto padre-figlio).
Si potrebbe aggiungere che l’infanzia di cui parla Mari è un mondo chiuso, e che l’esterno appare incomprensibile e ostile: gli stessi giardinetti sono un universo costellato di entità in vario modo inquietanti (le mamme, gli sputi, il chiosco, la fontanella – L’orrore dei giardinetti); e anche con i coetanei i rapporti non sono distesi, tanto da generare fantasie di morte, proprie (Mi hanno sparato e sono morto) e altrui (in questo caso legate alle prime rivalità amorose - E il tuo dimon son io).
Un ultimo cenno va fatto alla lingua usata da Mari, che ricorre talvolta all’arcaismo (che ha il suo picco in un obstupefeci che lascia per l’appunto… obstupefacti), o all’inversione ‘poetica’ aggettivo-sostantivo (per esempio: “…ci fu un’età, tanti anni fa, in cui un demone ti insinuò nella mente l’incruenta lusinga di un decorativo grafismo che radendo a volo la crosta terrestre tutta la coprisse di sempremai nuove curve, come fa attorno al gomitolo il filo: senonché, vanendo labil ne l’aere, quel segno poteva aver permanenza solo nel suo ininterrotto slancio in avanti. La corsa di quel signo labente, quanto ti piaceva!”): è una scrittura che può sembrare oziosamente ricercata nel lessico e a volte stucchevole nell’andamento di certe frasi, ma che, secondo me, è invece del tutto coerente con l’archeologia rigorosa e insieme sentimentale portata avanti dall’autore (e non nego di vederci anche un fondo di sottile ironia).
Pubblicato in Impressioni (libri e dintorni)
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Holy Motors
Iersera ho visto Holy Motors di Leos Carax.
Il film è uno di quelli che vanno abbastanza al di là della mia portata, quindi stavolta più del solito mi limiterò alle sole impressioni, che inevitabilmente saranno superficialissime e banali.
Che Holy Motors parli innanzitutto di cinema mi pare fin troppo ovvio, e già il prologo lo dice chiaramente: una sala cinematografica gremita (ma con spettatori immobili come fantocci), e immagini (che costituiscono i primi esempi di riprese cinematografiche) che ritraggono un corpo nudo in movimento. Poi il film parte, e gradualmente l’idea iniziale si conferma sempre di più: un uomo (un ricco banchiere, sembrerebbe) esce di casa e sale su una limousine bianca che attraverso Parigi lo porta a vari ‘appuntamenti’; e per ogni appuntamento l’uomo (del quale sapremo solo che si chiama Oscar – che è anche il secondo nome del regista), dopo aver studiato un piccolo dossier contenente le indicazioni principali, si cambia e si traveste (la limousine è attrezzata come un camerino), assumendo un’identità diversa e calandosi di volta in volta in una situazione diversa (ognuna delle quali rappresenta un differente genere cinematografico): senza menzionare tutte le varie sequenze, mi limito a segnalare che a me, per ragioni diverse, sono parse più significative quella del motion capture (dove, più ancora che sul cinema, ci si concentra sul lavoro dell’attore, del quale viene evidenziato il ruolo di ‘struttura’, di strumento al quale possono essere applicate artificiosamente vesti diverse – cosa accentuata dalla tecnologia), quella di Monsieur Merde (una specie di Charlot andato a male – totalmente surreale e visivamente sorprendente) e quella del dialogo al capezzale del vecchio morente (dove il pathos – ormai un po’ posticcio, dal momento che il trucco ripetuto non meraviglia più – viene smontato all’improvviso quando Oscar scansa la ragazza affranta – ma anche lei attrice – con un “Mi scusi, devo andare”).
[Poi ci sarebbe il dialogo fra Oscar e il misterioso uomo nella limousine]
Posso aggiungere che il film mi ha fatto pensare (piuttosto alla lontana, d’accordo) a due libri: prima a Se una notte d’inverno un viaggiatore per il susseguirsi di situazioni e generi narrativi diversi (anche se la struttura a cornici concentriche del romanzo di Calvino è più rigorosa rispetto al susseguirsi di ‘episodi’ nel film di Carax), e poi a Uno, nessuno, centomila per l’obbligo per il protagonista di dover rivestire (e recitare) tante identità senza averne (così pare) una propria (Oscar non smette mai di recitare – tranne forse nell’incontro con Eva, anch’essa attrice -, non ha una casa a cui tornare – curiosamente, la sua autista una casa a cui tornare ce l’ha, ma ci torna indossando una maschera); ecco, quest’ultimo accostamento (per quanto tirato per i capelli) mi ha fatto pensare che probabilmente il film vuol dire anche qualcos’altro (e l’enigmatico dialogo finale fra limousine mi ha confermato questa impressione), un qualcos’altro che però temo di non aver colto.
[Una notarella a margine: purtroppo la mia visione del film è stata rovinata da una proiezione piuttosto approssimativa, non so bene per colpa di cosa: in pratica era come guardare uno schermo lcd da un'angolazione sbagliata, e questo era particolarmente evidente (e fastidioso) nelle scene con poca luce (praticamente metà film); penso si sia trattato di un problema contingente, e non di una scelta registica, dal momento che nei trailer il difetto al quale mi riferisco non mi pare ci sia]
Pubblicato in Impressioni (film e dintorni)
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Mosteiro de Santa Clara
Ciclicamente si ritorna lì, ma stavolta si prendono due piccioni con una fava: luoghi abbandonati + colori:
(Mosteiro de Santa Clara di Daniel Silva)
Pubblicato in Segnalazioni (video)
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All’ufficio postale
Stamattina, aspettando il mio turno, ero seduto accanto ad A.C., rockettaro e protometallaro storico del mio paese, alla cui nutrita discoteca abbiamo attinto a piene mani noi ragazzini che intorno ai quindici anni stavamo scoprendo il rock (e soprattutto l’hard rock – e soprattutto, per quanto mi riguardava, l’heavy metal). Come al mio solito (è un vizio – lascito di una vita precedente – che non riesco a togliermi – e non è detto che abbia voglia di farlo) andavo tamburellando qualcosa: stavolta era la ritmica (magari appena più lenta) del riff alla base della prima parte di A National Acrobat dei Black Sabbath (uno dei riff migliori usciti dalla fucina di Tony Iommi, secondo me):
A.C. mi fa: “Stai facendo il pezzo della Carrà, vero?, quello Chissà se va, chissà se va…, te lo ricordi?”.
Ci sono rimasto male.
Pubblicato in Cose mie
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Heart
Non è tanto per la canzone, quanto per il video, costituito da un susseguirsi di scatti fatti uno ogni 16 secondi per 24 ore (dalle 11 di mattina alle 11 del giorno seguente):
(Heart di Chic & Artistic)
Tra l’altro, se la cosa è vera e fatta senza trucchi, Dan Black è stato circa 9 ore e mezza senza mai assentarsi dal set: magari in 16 secondi si può bere un bicchiere d’acqua, ma ci sono, ehm, funzioni che per essere espletate richiedono un po’ più di tempo, a meno di non ricorrere ad un catetere o ad un pannolone…
[via Kekkoz]
[Parlando invece di musica che mi garba di più, come anticipato qualche giorno fa, è appena uscito ...Like Clockwork, l'ultimo dei Queens of the Stone Age: a me piace assai (in questo concerto suonano tutti pezzi del nuovo cd, insieme a brani vecchi: occhio e orecchio soprattutto alle versione integrale di I Appear Missing, dal minuto 88.30)]
Pubblicato in Musica, Segnalazioni (video)
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Immagini / 5
Pubblicato in Segnalazioni (foto e grafica)
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La grande bellezza
Iersera ho visto La grande bellezza di Paolo Sorrentino.
La mia impressione è stata quella di un film rimasto a metà tra il troppo e il troppo poco:
- il troppo. Il film mi è parso un susseguirsi (non molto consequenziale) di quadri, ognuno dei quali prendeva spunto da un tic, uno stereotipo, un luogo comune: ovviamente, isolando singoli aspetti, questi risultavano esaltati e ingigantiti, portati ad un livello fra il paradossale, il ridicolo e il funereo (l’ironico no: mi pare che nel film di ironia non ce ne sia affatto; lo sguardo di Jep è disincantato, come di chi sa cosa c’è dietro, e a volte corrosivo e spietato, ma mai ironico – del resto l’ironia implica una capacità di distacco, mentre Jep è pienamente immerso nel mondo in cui si muove); tutto troppo, appunto: e questo vale non solo per il mondo dell’alta borghesia, dell’intellighenzia da terrazza, dell’arte contemporanea (di chi la fa e di chi la commercia), della nobiltà decaduta, dei botox-party, del clero e della religione, ma persino per il piccolo idillio borghese del vedovo che si rifà una vita insieme all’immigrata dell’est Europa, che viene ambientato in una casa smaccatamente dozzinale (le buone cose di pessimo gusto, verrebbe da dire – mi si concede la citazione interessata?);
- il troppo poco. Mi sarei aspettato (e ci speravo veramente – mentre guardavo pensavo “ecco, dài che ci siamo…”, ma nisba) che, date queste premesse, Sorrentino riuscisse prima o poi a ‘tirare il collo’ agli stereotipi che prendeva di mira (anche quelli legati al ‘popolo’: il primo romano che si sente parlare dice “m’ha rotto er cazzo”…), stravolgendoli ed esasperandoli fino a farli esplodere creando qualcosa di nuovo e di inatteso (e di profondo, possibilmente); invece niente: il film, mi pare, non raggiunge questo livello (che invece credo sia la cifra de Il divo), e resta perso in una terra di nessuno, senza essere né carne né pesce, né pienamente realistico né pienamente grottesco.
Poi c’è tutto il resto: il virtuosismo di Sorrentino (io sono di bocca buona, e basta un uso appena meno ortodosso della macchina da presa a farmi sobbalzare), l’estetismo esasperato, le inquadrature geometriche, la fotografia e tutte le immagini di una Roma bellissima (peccato ci siano i romani). Però dopo un po’ pure quello stanca.
“I nostri trenini sono i più belli di Roma perché non vanno da nessuna parte”: ecco, mi pare che La grande bellezza sia uno splendido (e lungo, madonna quant’è lungo…) trenino che non va da nessuna parte. Peccato, perché le aspettative c’erano (e c’erano pure gli attori).
(O più probabilmente c’era qualcosa da capire che io non ho capito)
Pubblicato in Impressioni (film e dintorni)
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Eccentrica
Pubblicato in Segnalazioni (foto e grafica)
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Il senso dell’elefante
Ho appena finito di leggere Il senso dell’elefante di Marco Missiroli.
Il titolo si ispira al comportamento, appunto, degli elefanti, i quali, afferma l’autore, «si occupano del branco senza badare alla parentela [...] tutti per tutti»; ma ancora più precisamente al centro di questo libro c’è il concetto di paternità, la devozione assoluta e insieme il senso di impotenza dei padri nei confronti dei figli: e infatti il protagonista del romanzo è Pietro, ex sacerdote riminese che scopre di essere padre (non è uno spoiler vero e proprio: la cosa viene rivelata relativamente presto – in effetti in questo libro, che pure all’inizio presenta tanti tasselli che vanno messi ognuno al proprio posto, le cose si rivelano tutto sommato presto, e quando non vengono rivelate subito, comunque si lasciano intuire) di un dottore che abita in un condominio milanese; grazie ai buoni uffici dell’avvocato Poppi (amministratore del condominio) Pietro viene assunto come portinaio, e così comincia a conoscere e a stringere confidenza con gli abitanti del palazzo (in verità solo con quelli del secondo piano), il dottor Luca Martini (suo figlio, che però non sa chi sia veramente Pietro) e la sua famiglia (la moglie Viola e la figlia Sara), l’avvocato Poppi (probabilmente il personaggio meglio riuscito del libro – un gay acuto e pieno di ironia, che vive nel ricordo struggente del compagno defunto), Paola e il figlio ritardato Fernando. Il punto di svolta del racconto è probabilmente il viaggio, quasi una gita di famiglia, a Rimini, che imprime al racconto la spinta verso la soluzione. Ma non dico di più.
A me lo stile di Missiroli piace: asciutto senza essere piatto, con immagini non particolarmente arzigogolate ma neppure banali; la lettura scorre via piacevolmente, e il libro termina in un attimo.
Il problema viene dopo.
Purtroppo a me è rimasto il senso di un’occasione sprecata: a parte, come ho già detto, l’avvocato Poppi, i personaggi, anche quelli più rilevanti come Pietro e Luca, mi pare manchino di spessore, di profondità, e tutto viene raccontato senza illuminare quasi per niente possibili travagli e dubbi (Pietro, quando gli viene chiesto del suo abbandono dell’abito talare, si limita a rispondere con qualche frasetta secca a metà tra l’amaro e lo spiritoso, ma tutto qui; e anche la scoperta della paternità non sembra provocargli nessuno scossone: semplicemente si investe totalmente di questo nuovo ruolo, fino alle estreme – e francamente poco credibili – conseguenze; Luca è un medico che, fuori dell’orario di lavoro, mette fine alle sofferenze di malati terminali, ma questa tematica è buttata lì senza molti approfondimenti, come fosse un semplice ‘di più’ nella costruzione del personaggio – ma può essere un semplice ‘di più’ un tema simile? ammetto che i personaggi del benzinaio e di suo figlio abbiano una loro efficacia, ma questo non fuga le mie perplessità); quasi delle figurine in movimento, che poco o nulla dicono di sé.
E, ripeto, è un peccato, perché Missiroli sicuramente sa scrivere; però un bello stile non può bastare.
Pubblicato in Impressioni (libri e dintorni)
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